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Archivio materiali e Download > tutti gli articoli

Questa sezione "Archivio materiali e Download " consente di visionare e, in alcuni casi, scaricare articoli ed altri documenti relativi alla disabilità e ai principali modelli di intervento educativo. L'obiettivo è quello di informare gli insegnanti e gli educatori sulle principali strategie di lavoro adottabili e di mettere a loro disposizione materiali operativi non coperti da copyright.

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Disability Management

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Archivio Materiali e Download - integrazione e inclusione

Scritto da Redazione Giovedì 29 Settembre 2016 11:10

Il Disability Management ha inizio alla fine degli anni '80, ma si diffonde inizialmente solo in alcuni Paesi quali Canada, USA e Nord Europa. La figura del Disability Manager arriva in Italia nel 2009 con il "Libro bianco su accessibilità e mobilità urbana", risultato del lavoro del tavolo tecnico istituito tra il Comune di Parma e il Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali; inizialmente quindi viene introdotto solamente nell’ambito della pubblica amministrazione.

Il Disability Manager è un facilitatore che riveste principalmente il compito di favorire l’inclusione e l'autonomia nelle diverse sfere della vita quotidiana delle persone con disabilità. È dunque un costruttore di reti, di servizi, di soluzioni che ha il compito di favorire l'accessibilità urbanistica, il coordinamento sociosanitario, l'inclusione scolastica, quella lavorativa e il turismo delle persone con disabilità, per cui si propone come interlocutore tra i bisogni delle persone disabili e i vari soggetti istituzionali, no profit, terzo settore e associazionismo per il conseguimento di un più sano e funzionale rapporto tra la persona con disabilità ed il suo contesto di vita.

Non esistendo alcuna norma o regolamento che istituisca la figura del disability manager a livello nazionale, alcuni Comuni hanno comunque deciso di istituire tale figura all'interno del loro organico. Si tratta finora di iniziative sporadiche e isolate.

Il Disability Manager può avere un ruolo importante anche nell'ambito delle imprese private, favorendo la conciliazione tra diritto all’inclusione delle persone disabili e le esigenze di efficienza delle imprese, in modo da far incontrare gli interessi dell’azienda col bisogno del lavoratore disabile di lavorare sia per una esigenza economica, sia per ricoprire un ruolo sociale e lavorativo, importante per sentirsi valorizzato ed integrato, oltre che per esprimere le sue potenzialità. 
Infatti il Disability Management è un processo attivo di minimizzazione dell’impatto di un’invalidità sulla capacità dell’individuo di partecipare in modo competitivo all’ambiente di lavoro, per cui compito del Disability Manager è quello di offrire supporto al dipendente con disabilità per ottimizzarne le prestazioni professionali, a partire dalla fase di inserimento al lavoro e poi per tutta la carriera, limitando gli effetti negativi sulla performance della disabilità, andando a modificare sia l’impianto strutturale che organizzativo-relazionale. La capacità dell’impresa di partecipare attivamente ed efficacemente alla realizzazione di questo sistema di relazioni contribuisce al controllo dei costi, nonché al sostegno dell’occupazione e della produttività.

In Italia la figura del Disability Manager sta assumendo sempre maggiore rilevanza; lo dimostra l'attenzione che è stata posta su questa nuova figura professionale nel "Programma di azione biennale per la promozione dei diritti e l'integrazione delle persone con disabilità". Tuttavia finora non è stato emanato un regolamento nazionale che definisca la funzione di tale figura in ambito pubblico o privato; è stata avanzata solo la proposta di "promuovere l’attuazione e monitorare l’andamento dei progetti sperimentali che prevedono l’istituzione, su base volontaria, nelle imprese del settore privato, di organismi (Osservatorio aziendale e disability manager) che abbiano l’obiettivo di promuovere l’inclusione dei lavoratori con disabilità nei luoghi di lavoro, a partire dal momento delicato dell’inserimento, valorizzando, per tutto il percorso lavorativo, la loro autonomia e professionalità e conciliando le specifiche esigenze di vita, cura e lavoro".
Nel "Programma di azione biennale per la promozione dei diritti e l'integrazione delle persone con disabilità", accanto alla figura del Disability Manager si ravvede pertanto la necessità di introdurre anche un organismo di garanzia, l'Osservatorio aziendale, che può essere istituito all’interno di un comitato già esistente e che ha la funzione di indirizzare e verificare l’azione del disability manager, di verificare che vengano attivati tutti gli strumenti, che si faccia la formazione sia della persona con disabilità sia dei colleghi, non solo per un periodo ma per tutta la carriera del disabile. L'osservatorio aziendale inoltre è il luogo deputato a segnalare eventuali problematiche. Se la disabilità è infatti un effetto dell’interazione tra la persona e l’ambiente fisico e relazionale, l’inclusione è un tema di cui hanno responsabilità tutti i membri della comunità professionale, i sindacati, l’azienda, i lavoratori, ognuno con il proprio ruolo ma in sinergia, con una responsabilità condivisa.

Il primo Disability Manager italiano ad essere impiegato in una struttura sanitaria è stato Rodolfo Dalla Mora, architetto, esperto di progettazione accessibile e persona con disabilità, presidente della Società Italiana Disability Manager (S.I.Di.Ma.), creata nel 2011 dai primi Disability Manager italiani e con sede a Motta di Livenza (TV); l’ORAS, Ospedale Riabilitativo di Alta Specializzazione di Motta di Livenza, è stata la prima struttura sanitaria ad introdurre al suo interno il Disability Manager. I rappresentanti della S.I.Di.Ma. hanno fatto domanda al Ministero del Welfare per entrare a far parte dell’Osservatorio Nazionale sulla Disabilità come atto di riconoscimento di questo nuovo ruolo e delle relative competenze.

Sull'esempio dell’Ospedale di Motta di Livenza, si stanno attivando altre buone pratiche sul territorio italiano e nascono percorsi formativi per acquisire conoscenze e competenze di disability management. Il Comune di Bologna si è dotato di un Disability Manager; la città di Torino intende dotarsi della figura del Disability Manager che si occuperà di trasporto pubblico, sicurezza stradale, barriere architettoniche, sensoriali e culturali e di accessibilità alle nuove tecnologie informatiche. Anche il Comune di Scandicci, in provincia di Firenze, ha intenzione di introdurre questa funzione sul proprio territorio. A livello privato invece è possibile citare l'esperienza di disability management di UniCredit e quella di Busitalia.

In conclusione si può dire che quella del Diversity Manager in Italia è una figura ancora da istituzionalizzare e regolamentare, ma che le premesse sono state già poste e la sensibilità su queste tematiche si fa sempre maggiore e più diffusa anche grazie alle associazioni che mirano a favorire l'inclusione e il rispetto dei diritti dei disabili.

 

Sitografia

Mattana, V. e Battistelli, C. (2015). La figura del Disability Manager in italia.<www.disabili.com> (data di accesso: 11/10/2016).

Del Duca, D. e Silvaggi, F. (2015). Il Disability Management: come gestire la disabilità nel luogo di lavoro. > (data di accesso: 11/10/2016).

Wikipedia (2016). Disability Manager. > (data di accesso: 11/10/2016).

Patelli, R. (2013). Una nuova professione: il Disability Manager. (data di accesso: 11/10/2016).

Orlandi, D. Disability Manager in Italia. (data di accesso: 11/10/2016).

De Carli, S. (2016). In azienda arriva il disability manager. (data di accesso:11/10/2016).

 

Autismo e diagnosi: le novità introdotte dal DSM-V

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Archivio Materiali e Download - autismo

Scritto da Redazione Giovedì 21 Agosto 2014 08:32

La diagnosi di autismo viene solitamente formulata facendo riferimento alle due principali classificazioni internazionali dei disturbi mentali: il DSM - Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) e l’ICD - International Classification of Diseases (Classificazione Internazionale dei Disturbi e delle Malattie) dell’OMS - Organizzazione Mondiale della Sanità (Ballerini, 2013; Vivanti, 2014).
Fino alla penultima edizione del DSM le due classificazioni coincidevano sostanzialmente nei criteri diagnostici per l’autismo, mentre con il DMS-V (APA, 2013), la nuova edizione del DSM pubblicata nel maggio del 2013, sono stati introdotti numerosi cambiamenti, per cui i criteri diagnostici per l’autismo ora si differenziano in maniera consistente rispetto a quelli dell’ultima versione dell’ICD, l’ICD-10 (WHO, 1994).

 

Differenze del DSM-V rispetto al DSM-IV.
La prima sostanziale differenza tra le due edizioni del DSM è che nel DSM-IV (APA, 2000) si parlava di “Disturbi Pervasivi dello Sviluppo” che si distinguevano in: disturbo autistico, disturbo di Asperger, disturbo disintegrativo della fanciullezza (o disturbo di Heller), disturbo pervasivo dello sviluppo non altrimenti specificato e sindrome di Rett. Ora con il DSM-V questi sottotipi sono stati riuniti in un’unica categoria denominata “Disturbi dello Spettro Autistico” (ASD – Autism Spectrum Disorders), ad eccezione della sindrome di Rett che è stata posta tra i disturbi neurologici. Il DSM-V introduce inoltre il “disturbo della comunicazione sociale”, le cui caratteristiche diagnostiche si sovrappongono parzialmente con i disturbi dello spettro autistico, poiché la diagnosi di disturbo della comunicazione sociale richiede la presenza di una “menomazione del linguaggio pragmatico” e di una menomazione “nell’uso sociale della comunicazione verbale e non-verbale”; tuttavia la presenza di interessi rigidi e ripetitivi è un criterio di esclusione per questa diagnosi ed un criterio essenziale per la diagnosi di disturbo dello spettro autistico. Un’altra novità introdotta è la necessità di indicare la gravità della sintomatologia del disturbo dello spettro autistico su una scala di tre punti.

L’unificazione dei diversi disturbi pervasivi dello sviluppo in un’unica categoria è la conseguenza di studi scientifici che hanno dimostrato come la distinzione in sottotipi diagnostici non sia coerente nel tempo e come le differenze nelle abilità sociali e cognitive dei sottogruppi si caratterizzino meglio in termini di un continuum. Inoltre è stato rilevato che la diagnosi dei diversi sottotipi di disturbi pervasivi dello sviluppo è molto variabile tra i diversi centri diagnostici ed è più spesso associata a severità, livello linguistico o QI, piuttosto che alle caratteristiche specifiche dei diversi disturbi (Aggio, 2012).

Un’altra novità introdotta dal nuovo manuale dei criteri diagnostici è il raggruppamento dei sintomi in due categorie rispetto alle tre precedenti; più in particolare, nel DSM-IV si parlava di:

- menomazione della reciprocità sociale;
- menomazione del linguaggio/comunicazione;
- repertori ristretti e ripetitivi di interessi/attività.

Ognuna di queste tre categorie comprendeva quattro sintomi; per effettuare una diagnosi di “disturbo pervasivo dello sviluppo” era necessario fossero presenti almeno sei sintomi, di cui almeno due nella prima categoria (menomazione della reciprocità sociale) e almeno uno per ciascuna delle altre due categorie.

Con il DSM-V le categorie di sintomi vengono ridotte a due:

- Deficit persistente nella comunicazione sociale e nell’interazione sociale (che comprende sia le difficoltà sociali che quelle di comunicazione);
- Comportamenti e/o interessi e/o attività ristrette e ripetitive.

La diagnosi di “disturbo dello spettro autistico” richiede la presenza di almeno tre sintomi nella categoria dei “deficit della comunicazione sociale” e di almeno due in quella dei “comportamenti ripetitivi” (Muggeo, 2012).
Importanti novità introdotte sono l’eliminazione del “ritardo/menomazione del linguaggio” fra i sintomi necessari alla diagnosi e l’introduzione della “sensibilità insolita agli stimoli sensoriali” come sintomatologia compresa tra i “comportamenti ripetitivi”. 
Ancora, mentre nel DSM-IV si parlava di esordio entro i 36 mesi di età, ora si parla più genericamente di un esordio nella prima infanzia. Infine, se il bambino presenta sintomi aggiuntivi sufficienti a rientrare nei criteri diagnostici di un altro disturbo, secondo il DSM-V è possibile assegnare una doppia diagnosi, cosa che non era possibile con il DSM-IV.

Una delle principali conseguenze dell’introduzione del DSM-V dimostrata dagli studi effettuati successivamente alla sua pubblicazione, è la diminuzione della percentuale di persone diagnosticate con ASD, cosa che naturalmente ha suscitato numerose perplessità e dibattiti all’interno della comunità scientifica e fra i pazienti e le loro famiglie  (Nardocci, 2014).

 

Criteri diagnostici del DSM-V per l’autismo.
Secondo il DSM-V il Disturbo dello Spettro Autistico deve soddisfare i criteri A, B, C e D:

A. Deficit persistente nella comunicazione sociale e nell´interazione sociale in diversi contesti, non spiegabile attraverso un ritardo generalizzato dello sviluppo e manifestato da tutti e tre i seguenti punti:
1. Deficit nella reciprocità socio-emotiva che va da un approccio sociale anormale e insuccesso nella normale conversazione (botta e risposta) attraverso una ridotta condivisione di interessi, emozioni, percezione mentale e reazione fino alla totale mancanza di iniziativa nell´interazione sociale.
2. Deficit nei comportamenti comunicativi non verbali usati per l´interazione sociale, da una scarsa integrazione della comunicazione verbale e non verbale, attraverso anormalità nel contatto oculare e nel linguaggio del corpo, o deficit nella comprensione e nell´uso della comunicazione non verbale, fino alla totale mancanza di espressività facciale e gestualità.
3. Deficit nella creazione e mantenimento di relazioni appropriate al livello di sviluppo (non comprese quelle con i genitori e caregiver); che vanno da difficoltà nell’adattare il comportamento ai diversi contesti sociali attraverso difficoltà nella condivisione del gioco immaginativo e nel fare amicizie fino all’apparente assenza di interesse per le persone.

B. Pattern di comportamenti, interessi o attività ristretti e ripetitivi come manifestato da almeno due dei seguenti punti:
1. Linguaggio, movimenti o uso di oggetti stereotipati o ripetitivi, come semplici stereotipie motorie, ecolalia, uso ripetitivo di oggetti, o frasi idiosincratiche.
2. Eccessiva fedeltà alla routine, comportamenti verbali o non verbali riutilizzati o eccessiva riluttanza ai cambiamenti: rituali motori, insistenza nel fare la stessa strada o mangiare lo stesso cibo, domande incessanti o estremo stress a seguito di piccoli cambiamenti.
3. Interessi altamente ristretti e fissati, anormali in intensità o argomenti: forte attaccamento o interesse per oggetti insoliti, interessi eccessivamente persistenti o circostanziati. 
4. Iper o Ipo-reattività agli stimoli sensoriali o interessi insoliti verso aspetti sensoriali dell´ambiente: apparente indifferenza al caldo/freddo/dolore, risposta avversa a suoni o consistenze specifiche, eccessivo annusare o toccare gli oggetti, attrazione per luci o oggetti roteanti.

C. I sintomi devono essere presenti nella prima infanzia (ma possono non diventare completamente manifesti finché le esigenze sociali non oltrepassano il limite delle capacità).

D. L´insieme dei sintomi deve limitare e compromettere il funzionamento quotidiano.

I tre livelli di gravità:

Livello 3: Richiede supporto molto sostanziale
- Comunicazione sociale: i gravi deficit nella comunicazione sociale, verbale e non verbale, causano una grave difficoltà nel funzionamento; iniziativa molto limitata nell´interazione sociale e minima risposta all´iniziativa altrui.
- Interessi ristretti e comportamenti ripetitivi: preoccupazioni, rituali fissi e/o comportamenti ripetitivi che interferiscono marcatamente con il funzionamento in tutte le sfere. Stress marcato quando i rituali o le routine sono interrotti; è molto difficile distogliere il soggetto dal suo focus di interesse, e se ciò avviene egli ritorna rapidamente ad esso.

Livello 2: Richiede supporto sostanziale
- Comunicazione sociale: Deficit marcati nella comunicazione sociale, verbale e non verbale, l´impedimento sociale appare evidente anche quando è presente supporto; iniziativa limitata nell´interazione sociale e ridotta o anormale risposta all´iniziativa degli altri.
- Interessi ristretti e comportamenti ripetitivi: preoccupazioni, rituali fissi e/o comportamenti ripetitivi appaiono abbastanza di frequente da essere evidenti per l´osservatore casuale e interferiscono con il funzionamento in diversi contesti. Stress o frustrazione appaiono quando sono interrotti ed è difficile ridirigere l´attenzione.

Livello 1: Richiede supporto 
- Comunicazione sociale: senza supporto i deficit nella comunicazione sociale causano impedimenti che possono essere notati. Il soggetto ha difficoltà a iniziare le interazioni sociali e mostra chiari esempi di atipicità o insuccesso nella risposta alle iniziative altrui. Può sembrare che abbia un ridotto interesse nell´interazione sociale.
- Interessi ristretti e comportamenti ripetitivi: rituali e comportamenti ripetitivi causano un´interferenza significativa in uno o più contesti. Resiste ai tentativi da parte degli altri di interromperli.

 

Bibliografia e sitografia

Aggio, F. (2012). Inquadramento psicopatologico dei comportamenti dirompenti associati ai Disturbi dello Spettro Autistico e diagnosi differenziale con i comportamenti problema. Presentazione disponibile su (data accesso: 07/08/2014).

American Psychiatric Association (2000). Diagnostic and statistical manual of mental disorders – forth edition - Text Revision. APA, Washington.

American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders - fifth edition. APA, Washington.

Ballerini, L. (2013). I CRITERI DIAGNOSTICI PER L’AUTISMO - 1943-2013: 70 anni di confusione. Contributo al 1° simposio - PRIMA RAPPRESENTANZA E PSICOPATOLOGIA. LA PSICOPATOLOGIA PRECOCE, 16 novembre 2013. Disponibile su (data accesso: 07/08/2014).

Muggeo, M. (2012). VERSO IL DSM-5: IL DISTURBO DELLO SPETTRO AUTISTICO. Disponibile su (data accesso: 08/08/2014).

Nardocci, F. (2014). I Disturbi dello Spettro Autistico: evoluzioni per la classificazione. Relazione svolta al convegno DISABILITÀ INTELLETTIVE E DELLO SVILUPPO QUADRO DIAGNOSTICO E INTERVENTI EFFICACI, Milano 10 Marzo 2014. Disponibile su (data accesso: 07/08/2014).

Vivanti, D. (2014). L'INPS e la diagnosi di autismo: doverosi approfondimenti. Disponibile su e (data accesso: 31/07/2014).

World Health Organization (1994). ICD-10, Classification of mental and behavioural disorders. Churchill Livingstone, London.

   

Abilità sociali e disabilità intellettiva: il training sulle competenze assertive

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Archivio Materiali e Download - disabilità intellettiva

Scritto da Lucio Cottini Domenica 30 Settembre 2012 15:50

Affrontare le problematiche relazionali e comportamentali di soggetti con disabilità mentale soltanto attraverso l’utilizzo di tecniche di contenimento è sicuramente riduttivo.  Un intervento che voglia risultare efficace deve anche promuovere l’acquisizione di abilità sociali (competenze assertive), che possano sostituire modalità inadeguate di affrontare relazioni interpersonali.  Il presente lavoro descrive un intervento sperimentale finalizzato a promuovere atteggiamenti positivi verso se stessa da parte di una ragazza affetta da disabilità intellettiva.

 

 

Bullismo: scheda di presentazione

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Archivio Materiali e Download - disturbi della condotta

Scritto da Redazione Giovedì 28 Luglio 2011 07:53

Il bullismo, dall’inglese bullying, si caratterizza come una situazione relazionale in cui sono presenti un soggetto prevaricatore, il bullo, ed un soggetto prevaricato, la vittima, tra i quali c’è uno squilibrio di potere, per cui uno si sente tanto potente da dominare, sicuro di sé e superiore ad un altro, che si sente così debole da non riuscire a ribellarsi; quest’ultimo sperimenta di solito un forte senso di impotenza, di svalutazione e di emarginazione.

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